Vivo d'Orcia

Vivo d’Orcia è un moderno villaggio di montagna dove vale la pena di fermarsi  anche solo per l’aria frizzante, le acque meravigliose ed i rinomati ristoranti.

Contea dell’Eremo e Palazzo Cervini

Antica sede dell’Eremo Camaldolese del Vivo, fu fondato presumibilmente attorno all’anno 1000. Il borgo subisce una profonda trasformazione nel 1538 quando viene ceduto dal Papa Paolo III al Cardinale Marcello Cervini, poi divenuto Papa. La famiglia dei Conti Cervini oltre a costruire il grande castello cinquecentesco, su progetto attribuito ad Antonio da Sangallo il Giovane, intraprende un’importante serie di interventi che, sfruttando le acque del torrente, danno una nuova impronta all’economia della zona. Sono così costruiti alcuni mulini, una ramiera, una ferriera, una oliviera, una cartiera per la lavorazione del legname e, attorno al 1920, anche una centrale idroelettrica.
Oggi queste manifatture sono ormai abbandonate e ricoperte dalla folta vegetazione della zona, ma la contea ancora vive. Il palazzo, tuttora abitato dai discendenti della Famiglia Cervini, stupisce per il suo ottimo stato di conservazione e per le dimensioni inimmaginabili.

La chiesa di San Marcello

E’ l’eremo superiore del monastero camaldolese del Vivo d’Orcia, fondato all’inizio del XII secolo. La chiesa presenta influssi culturali dell’arte romanica dell’area pisano-lucchese, identificabile nella decorazione della facciata ad arcatelle e colonnette, motivo diffuso nel senese, mentre il coronamento dell’abside, ad archetti pensili, ha influenze lombarde.
La chiesa è stata oggetto di restauri all’inizio del secolo.

 

La storia del paese dell’acqua

La carenza di risorse idriche naturali, fin dal XII secolo spinse il Comune di Siena ad effettuare grandi lavori per trovare acqua sufficiente alle esigenze dei cittadini.
Questo bene primario a Siena scarseggiò da sempre e la poca acqua che arrivava nei pozzi per lo più dai bottini di Fonte Gaia e Fontebranda era malsana, rendendo disastrosa la condizione igienica e sanitaria della popolazione urbana. A causa delle infiltrazioni dei liquami dei pozzi neri, il tifo era diventata una malattia endemica e periodicamente seminava la morte, soprattutto nei quartieri dove giungeva poco più di un rivolo di acqua da sfruttare per tutti gli usi quotidiani. La sorgente dell’Ermicciolo, che scaturisce sul versante nord del Monte Amiata nei pressi del paese di Vivo d’Orcia a poco più di 1000 metri sul livello del mare, venne indicata per la prima volta come la sola capace di risolvere il problema del rifornimento idrico di Siena nel 1890.
Vennero allora eseguite le analisi scientifiche sulle acque del Vivo confrontandole con quelle che sgorgavano attraverso i bottini Fontebranda e Fonte Gaia per valutare le più idonee. Giudizi negativi sulla qualità di queste ultime erano stati spesso ripetuti dagli scienziati ma venne fuori che a causa della scarsa profondità delle gallerie e della permeabilità del terreno circostante “sia l’acqua di Fontebranda come quella di Fonte Gaia non corrispondono ai requisiti che l’igiene richiede per un’acqua potabile, salubre e pura”. Al contrario i campioni prelevati alle sorgenti del Vivo “in tubi di vetro saldati alla fiamma” e sottoposti a “4 saggi di culture in gelatina nei tubi alla Esmarch”, risultarono essere perfettamente sterili e privi assolutamente di microrganismi, un’acqua abbondante e di ottima qualità.
A conclusione dell’indagine la Commissione dichiarò concordemente che per risolvere i problemi idrici di Siena bisognava assicurare alla città almeno 40 litri d’acqua al secondo, e che solo le sorgenti del Monte Amiata avevano una portata adeguata. In particolare la più idonea risultava quella del Vivo, di qualità buonissima grazie alle migliori condizioni di altitudine e all’ubicazione in un territorio scarsamente abitato. Mentre si svolgevano tutte queste indagini il Comune decise di rompere gli indugi e il 14 Settembre 1895 sottoscriveva un compromesso con i Conti Cervini, proprietari dei terreni in cui sgorgava la sorgente dell’Ermicciolo, assicurandosi di non danneggiare economicamente le attività dislocate lungo il ripido corso del torrente Vivo che usufruivano da tempo della forza motrice dell’acqua: le segherie Battistini e Depratti, la Ferriera Franchi (che in realtà era una falegnameria), il Molino di Campiglia dove si macinavano granoturco e castagne, un molino da cereali e il mulino di Seggiano. A documentare con precisione le qualità dell’acqua del Vivo, nel Maggio 1903 si effettuarono due ulteriori analisi, le quali attestarono che “l’acqua del Vivo è chimicamente pura e offre i più invidiabili requisiti richiesti ad un’ottima acqua potabile. […] L’eccellente acqua del Vivo, che a tutte le buone qualità igieniche unisce una mite temperatura e la grande abbondanza, autorizza a ritenere fortunata la città che ne sarà alimentata.”
Nel 1908 il Comune di Siena dette finalmente inizio alla costruzione dell’acquedotto del Vivo, consentendo ai senesi di avere finalmente in casa l’acqua pura e abbondante indispensabile per una vita dignitosa, concretizzando il sogno di non berla più dai bottini e dai pozzi, scarsa e sempre più inquinata. Effettivamente i tempi inizialmente previsti non furono rispettati, ma è evidente che gli ostacoli imprevisti furono molti, anche per le modeste attrezzature con cui lavoravano gli operai. Essi adoperavano mazze e picconi per scavare, piccoli argani per posare i tubi pesantissimi, piombo per fare le ingiunzioni. Con questi pochi strumenti sono stati realizzati oltre 62 Km di condotte, giunzioni a prova di perdita, ponti dentro i quali corrono tubature ad alta pressione cercando di plasmare colli boscali, territori in frana, fiumi, borgate e terreni in fortissima pendenza. Il 15 Maggio 1914, al termine di un percorso di ben sessanta Km, la prima acqua proveniente dalla sorgente di Vivo d’Orcia giunge alla Porta San Marco di Siena e con il tempo il tifo comincerà progressivamente a sparire e la mortalità a diminuire.
Oggi, la rete di distribuzione idrica a servizio del Comune di Siena e di vasti territori limitrofi dei Comuni confinanti, gestita da Acquedotto del Fiora S.p.A., è alimentata dagli acquedotti del Vivo e del Luco, realizzati nel corso del secolo passato dall’Amministrazione comunale senese.
Le fonti di approvigionamento dell’acquedotto del Vivo, oltre alla sorgente dell’ Ermicciolo nel comune di Castiglione d’Orcia, sono costituite attualmente dalle sorgenti Ente, nel comune di Arcidosso, e Burlana, nel comune di Seggiano, captate negli anni 50, che hanno consentito di incrementare la risorsa idrica non più sufficiente a soddisfare i cresciuti bisogni della città e del territorio, un tempo servito unicamente dalla dolce ed inconfondibile Acqua del Vivo.

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